Il castello di Pergine, profilo storico

Insidia nei tempi antichi e risorsa in età contemporanea

Il maniero come simbolo identitario del Perginese è percezione recente, come teorizza la storiografia del paesaggio in merito alle relazioni tra i contesti naturali e quelli antropici: per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni (Codice dei beni culturali e del paesaggio). La tutela e la valorizzazione del paesaggio salvaguardano i valori che esso esprime quali manifestazioni identitarie percepibili. Infatti, se il paesaggio deve essere bello, nel senso di essere armonioso, ordinato o anche vario o singolare, un buon paesaggio deve essere anche identificativo del luogo di cui è l’aspetto.

Ma anticamente e fino al XIX secolo il castello fu emblema del dominio politico-amministrativo che imponeva aggravi alla popolazione vessandola in ogni modo; negli anni antecedenti la prima guerra mondiale fu il simbolo del pangermanesimo militante nel Perginese, poi della “redenzione” e della politica della “nuova Italia”, quella fascista; in età moderna possibile occasione di incamerare denaro con affitti alle più fantasiose società, faccendieri o utopisti e infine fonte di oneri e difficoltà per un’amministrazione in affanno – che lo aveva comperato nel 1920 – forse incapace, da sola, di identificare scopi e funzioni di una struttura così onerosa, via via spogliata dei propri beni e danneggiata. Essa diventò “un problema” e gli amministratori del 1956 procedettero alla vendita con il consenso referendario della popolazione.

Già nel 1915-1916 Carl Ausserer profetizzò in Persen-Pergine, Castello e Giurisdizione… che «c’è da sperare e da augurarsi che si fermi la decadenza del castello con sapienti lavori di restauro e che una nuova vita sorga dalle rovine […]. Nello splendido paesaggio e nella corona dei monti aleggia quella magia che porterà nuovo slancio a tutta la zona».

La magia ha certamente suggestionato, motivato e attivato la proprietà Oss e la gestione, prima Fontanari e successivamente di Theo Schneider e Verena Neff nella realizzazione di sapienti e prudenti opere di restauro e a conferire vitalità turistica e culturale al Castello, facendone – ora sì – simbolo di Pergine e immagine di impresa economica e culturale di successo.

Ora ci sembra sia di nuovo compito della cittadinanza e delle proprie rappresentanze farsi carico di proseguire l’opera, nella sua dimensione internazionale come in quella locale, con la consapevolezza della vasta responsabilità in carico a chi protegge, cura e valorizza un bene storico.

Nel corso del XIX secolo emersero nel Perginese figure cosiddette di “benefattori” che si presero a cuore il bene comune, potendolo fare anche grazie alle ricchezze accumulate con il lavoro della popolazione: erano la famiglia Chimelli che fondò la filanda e finanziò nel 1893 l’asilo, la famiglia Montel che donò nel 1957 il palazzo di famiglia per pubblica utilità, le sorelle Paoli che donarono la propria casa per farne orfanotrofio, Agostino Prada, che nel 1929 donò la somma necessaria a costruire l’asilo infantile di Madrano. Questo per significare come in passato si sia manifestata una sorta di “cittadinanza attiva”, ancorché abbiente, animata da buone intenzioni verso gli altri.

I cittadini di Pergine – così come i cittadini svizzeri, europei, del mondo – possono rinnovare oggi la spinta etica ed ideale, unendosi nella condivisione di uno scopo comune: il castello di Pergine sia della comunità.